Roma

“Siamo una società di marketing” mi dice il mio nuovo capo, aprendo una porta gialla.
“Chi chiama è già interessato al prodotto, basta illustrarglielo e annotare i dati” dice, e alle sue spalle ci sono una decina di postazioni computer, in ogni postazione computer c’è seduto un tipo, ogni tipo ha auricolare e microfono. Stanno dicendo cose come: “Se non ha ancora finito di allattare dovrebbe considerare” oppure “Quand’è esteso l’acne?” poi il mio capo mi indica un computer vuoto, mi consegna in mano una cartelletta, mi dice che devo imparare a memoria i dettagli del prodotto e poi tornare da lui.

Quella sera vado al concerto di Aphex Twin. Tre paesani che vivono a Roma non mi rispondono, io passo davanti al Colosseo, svolto, giro, arrivo, tre ore dopo mi sto accendendo una canna con Pietro.
Dice: “E insomma portava il pesce così, tenendolo in mano con una carta oleata”
Pietro ride scoperchiando le due gengive e mostrando una bella serie di denti bianchi. Inspira, espira, poi scuote la testa facendo turbinare i capelli cortissimi e dice: “Tutto il Vomero doveva vedere quant’era buono il suo pesce”
Dico: Non mi è ancora scesa e domani devo lavorare.
Passandomi la canna, dice: “In bocca al lupo”

Dico: “No. Non può usare la sua crema per le smagliature post parto per l’acne di sua figlia”
Tutti i colori sono faticosamente brillanti, le luci sono fari alti tre metri che ti inchiondano la nuca con uno spillone di dolore. Io maledico nella mia testa l’Md di Pietro mentre navigo sulla comoda sedia a sei rotelle reclinabile Ikea, e tendendo al massimo dell’estensione il cavo delle cuffie, dico al microfono: “Le consiglierei di aspettare una settimana dopo la prima applicazione”
Le cuffie hanno una civettante voce femminile e mi dicono: “Ho visto la pubblicità in televisione, ma il prodotto funziona?”
Oppure dicono: “In quanto mi andranno via le cicatrici?”
Dicono: “Quanto è una confezione?”
Dicono: “Via La Marmora 97013”
Dicono: “Guardi io ho delle smagliature medie”
Dicono: “Mio figlio ha ‘na cifra de brufoli direi”
Dicono: “Via Cretaccio 43, 85056”
Dicono: “Salve”
Dicono: “Ruoti, Potenza”
Dicono: “Buonasera”
Dicono: “Comiso, Ragusa”
Dicono: “Come ti chiami?”
Simone, dico, poi mi fermo.
“Questa bella voce che hai mi dice che sei Napoli”
Pianto le Nike per terra e fermo la sedia.
Rispondo: “Sant’Agata dei Monti, Caserta”
“Scusi – dico – è interessata a Acnefar crema o il Genefar crema?”
Le cuffiette si riempiono di nuovo di un femminile fiume, le parole sono: “Come? Non ho sentito, scusa sto in cucina”
Mentre il capo mi passa accanto facendomi l’occhiolino, dico: “È interessat…”
“Cosa dici, ce lo metto il pepe nella pasta al tonno?”
Dico: “Solo due pizzichetti” e il tipo con gli occhiali nel computer accanto al mio si volta e mi guarda abbassando le sopracciglia, corrucciato, e lei nelle cuffiette fa: “Comunque mi chiamo Laura”
Piacere, dico meccanicamente.

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Archiviato in Prima stagione, Quarta puntata

Pietra

Dieci anni fa questo gradino di Trastevere era più pulito. Non dirmi che mi posso sbagliare, è il terzo gradino, scalinata di destra. Non aveva quest’alone nerastro, non c’era questa Virgorsol cementificata di grigio sullo spigolo.
Una volta un fisico a Napoli mi aveva detto che, tecnicamente, sarebbe possibile utilizzare la pietra come un nastro. Che le onde sonore rimangono in qualche modo immagazzinate nei legami inter-particellari del granito, del basalto, del calcestruzzo. E che la teoria quantistica prevede anche questa possibilità.
Mi siedo e accavallo le gambe, come dieci anni fa.
Personalmente ritengo che i fisici quantistici dicano un sacco di cazzate. Se le loro teorie fossero esatte, adesso siederei accanto ad un macchinario quantistico grande come un iPad che srotolerebbe la voce di Eva che dice:
“Dovevo staccare”
E poi la mia voce che dice: “Lo faranno comunque”
E nella mia testa rivedo lei che agita le mani, più lentamente di ora, con lentezza, come una foglia che si casca da un albero, e poi con la stessa occhiata felina dice: “Scaricheranno tre camion domani, devo tornare a parlare con il Don”
Dico: “Ora andiamo a prenderci un gelato”, sorrido, mi alzo, le tendo la mano, poi la registrazione si interrompe.
Personalmente penso che i fisici quantistici dicano un sacco di cazzate. Quanti metri di nastro può immagazzinare una pietra? Quanti dvd potremmo riempire? Quanti terabyte?
Cazzate.

La mia nuova casa è piccola. Stanza da letto, cucina, finito. 18 metri quadri. Accanto a me vive un tipo con gli occhiali a montatura invisibile, i capelli già gli cascano, dal centro della testa. Abbassa gli occhi in ascensore, ma lavora. E io ora ho bisogno di un lavoro.
Mentre sono sul pianerottolo che gli chiedo il nomedi di quest’agenzia di marketing, mi squilla il cellulare.
Guardo il numero. Rifiuto.
Non farti illusioni: Eva non ha mai chiamato, chi ti rompe i coglioni nei momenti più improbabili è mia madre. Per esempio due settimane dopo. Ero dalle parti di Ostia e ho dovuto risponderle nonostante la goa a tutto volume , l’Md che scivolava tra i miei globuli rossi e Pietro che mi guardava scuotendo la testa.
Di solito dice cose del tipo: “Carmine piange tutte le sere”
“Sono in difficoltà”
“No, tuo padre non ti vuole parlare”
Mentre penso una risposta random da dire in queste ipotesi, dico: “Pronto?”
Dice: “Hai mandato meno soldi questo mese”
Mentre Pietro scuote la testa, dico: “Cosa?”
“Perchè meno soldi?”
Perchè il prezzo dell’Md e della skunk è salito
Dice: “Cosa? Non ti sento”
Dico: Riparazione-della-macchina
Dice: “Eva si è trasferita a Caserta dal Don. Ci ha lasciato Carmine”
Pietro agita la mano piatta sotto la gola e mi fa cenno con la testa di andare.

Sul pianerottolo, il tipo calvo si è appena rifugiato nel suo appartamento. Rispondo al cellulare, e la voce di Pietro dice: “Allora, i 10 grammi mi arrivano domani”

Dico: “Perfetto”

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Archiviato in Prima stagione, Terza puntata

Certa est

Sant'Agata dei Goti

“Non ci posso credere” sta dicendo mio padre, proprio ora che mia madre si è quasi convinta.
“Credi quello che vuoi” dico, e allungo la mano verso il posacenere.
“Magari è un falso negativo – dice mia madre – Voglio dire, questi test sono sicuri al cento per cento?”
Sbuffo di mio padre.
Mentre mette i piatti a posto nella credenza: “Al cento per cento?”
“Sì – dico agitando entrambe le mani – ho fatto tre controprove”
Sbuffa di nuovo.
Finisco la tazza di caffè e guardo le dita rugose di mio padre.
“È sempre una creatura, che importa?” mi dice.
Col cazzo che importa.
“Ma poi te ne vai e che fai? Che fai a Roma?”
Qualcosa mi inventerò.
“Non ci posso credere, che te ne vai così, lasci Eva da sola”, dice mia madre risendendosi.
Credete quel che cazzo vi pare.

Così esattamente tre settimane dopo mi sono ritrovato in un rave electro-goa illegale dalle parti di Ostia in compagnia di Pietro, un avvocato aziendale conosciuto due giorni prima ad un concerto di Aphex Twin. Avevo comprato due biglietti, ma alla fine non avevo trovato nessuno con cui andare e, visto che i biglietti costavano 35 euro, mi ero messo davanti all’entrata. Cercavo qualcuno a cui vendere il biglietto e quel qualcuno venne fuori che si chiamava Pietro, lo stesso che ora sta preparando due piste di Mdma, una per lui e una per me.
Sto andando troppo veloce?

Facciamo un passo indietro.
Credevo che Eva fosse la donna della mia vita, poi sparisce a Napoli per quattro giorni e torna con una Samsonite piena di banconote blu. Voi che avreste fatto?
Dico: “Carmine non mi chiede neanche più dove vai”
L’aria odora di terra e radici, foglie e vecchia pietra umida mentre camminiamo a fianco della collina.
Lei frulla le unghia smaltate nell’aria e dice: “È grande, se la cava da solo”
“Quasi maggiorenne, come no”
Si ferma. I suoi enormi occhi neri mi fissano. Alle sue spalle gli alberi, le rocce, le mura del centro storico. Si rimette a camminare.
“Il Don sa che abbiamo problemi di soldi, mi voleva parlare” dice.
Guardandole le scapole dico: “È andata come quella volta a Salerno, sì?”
Si ferma di nuovo.
“È storia vecchia, ci sei passato sopra anche te”
Stavolta mi fermo io. Un secondo di silenzio.
Dice: “Se non ti fidi di me adesso, perchè prima ti fidavi?”
Hai ragione. Meglio andare a casa.
Alle mie spalle, urla: “Che facciamo senza soldi, eh?”

Così il giorno dopo mi sono ritrovato nella difficile situazione di dover spiegare a tuo figlio di sette anni perchè hai bisogno di un suo capello.
“Il dottore ha detto che serve per un esame”
Alza gli occhi azzurri dal gelato.
“Mamma lo sa?”
“Glielo dico appena la vedo”
La stracciatella che cola giù per la maglietta, le mani appiccicose.
“Col cazzo che lo sa” dice Carmine, toccandosi i capelli.

Non ho mai visto piangere Eva, e questa volta non fa eccezione. Continua a ripetere che “Santagata è un bel posto”, come se io me ne volessi andare per questioni architettoniche. L’ansia la fa più spigolosa.
Dico: Quindi tutte le volte che partivi per qualche giorno, con chi stavi?
“Con le mie amiche, porca puttana”
Amiche.
“Sei pazzo”
Ho già messo le valigie in macchina.
“Passami almeno un po’ di soldi”
La cartelletta della clinica è pesante nella mia mano. Eva non ha neanche voluto vederla, dicendo che era un errore, ma il dna non mente. Il dna non è una troia. Alla fine tiro la cartelletta per terra. In faccia le avrebbe fatto troppo male. Il cartone leggermente plastificato sotto i polpastrelli è quel tipo di sensazione che la droga mi faceva tornare su, come un conato. Ma questo vallo a spiegare a Pietro mentre sta tirando. Non è proprio il momento.

Non ti aspettare che io racconti tutto questo in maniera lineare.

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Archiviato in Prima stagione, Seconda puntata

Sei ancora in tempo

Potresti sempre dire al giudice che tu questo blog non l’hai mai letto.
Perchè sono sicuro che fra qualche riga ti ritroverai ingarbugliato in una serie di torrenti violacei di oscura narrazione, e cercando di incespicare ti chiederai: “Perchè non ci capisco un cazzo?”. Sappi che è una perdita di tempo. L’unica cosa che devi tenere bene a mente è: se una pagina web è presente nella history del tuo firefox 3.6 questo non significa necessariamente che tu quella pagina l’abbia letta. Potresti averla solo aperta. Un amico del migliore amico di tuo fratello potrebbe aver acceso il computer mentre cercavi disperatamente di convincere la ragazza del momento che eri l’uomo adatto a lei davanti a un risotto ai funghi. Potresti avere un trojan.
Insomma, potresti sempre dire al giudice che tu questo blog non l’hai mai letto.
Ma la realtà, e tu lo saprai benissimo, è diversa, e ricordi il momento in cui sei scivolato sul bordo fangoso dei fatti e sei finito in un enorme lago di merda. E te lo ricordi perchè il momento era questo.

Ora.
Sto dormendo accanto a Laura. Le braccie indolenzite, ubriaco friadicio. Sembra quasi di non sentirla, tanto è leggera. Nel buio turbinante degli occhi chiusi, un respiro. Non viene dalla tua donna. La tua donna è a sinistra. Il respiro viene da in alto a destra, ed è regolare. È un respiro concentrato, di qualcuno che si sta impegnando. A fare qualcosa nel silenzio.
Eccolo di nuovo.
È regolare, ogni tre secondi. Mi agito leggermente sul materasso. Il respiro. Poi una voce.
“Trentaquattro”
Ogni secondo.
“Cinque”
Ogni
“Otto”
Ma piano
“Ventidue”
E il respiro.
“Ventiquattro”
Il buio turbinante si apre in schegge oro, c’è luce. Tento di aprire gli occhi, le palpebre sono cementificate, e il letto oscilla, destra sinistra destra, e i colori sfocano a destra, sinistra, destra, lasciando scie di colore allungate, come i fari nelle foto di New York di notte.
“Quarantadue”
Apro gli occhi, davanti al mio viso c’è una lampada rotonda, anzi no, sono una serie di lampadine bianchissime montate a cerchio, come se si volesse creare una luce che non getta ombra.
“Cinquanta”
Come quelle delle sale operatorie.
“Sessanta”
Controllo accanto a me. Non c’è nessuno. Non è un materasso.
“Sessantadue”
È più duro. Provo ad alzarmi, e tutti i miei muscoli mi chiedono pietà, devo concentrarmi intensamente sulle mie gambe, cammino verso destra, in piedi, urto leggermente una specie di cubo bianco carico di oggetti metallici affilati infilati in appositi scomparti, tutto il pavimento si muove ed oscilla come il Titanic, devo tenere gli occhi bassi per non cadere, vedo una porta davanti a me e fra i denti tento di urlare: “Puttana” ma non mi riesce, poi arrivo alla maniglia.

Non ti aspettare che io ti racconti tutto questo in maniera ordinata.

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Archiviato in Prima puntata, Prima stagione

Prossimamente

Test del dna, bisturi, mdma e qualche metro di filo di sutura. E poi puttane, rifiuti, rave illegali e borotalco. Questo è tutto quello che hai bisogno di sapere per adesso. Che tra una settimana comincerò a spronfondare sempre di più

La puntata pilota di Terra Sconsacrata andrà in onda il 25 maggio alle ore 21:00 su questo blog

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Archiviato in Prima stagione, Trailer